PRINCIPI

LA TERAPIA DI COMUNITA'

Relatori:

 

Prima di addentrarci nell’argomento sono forse opportune alcune brevi premesse.
Non parleremo di comunità per tossicodipendenti ma di comunità terapeutica per persone con disturbi psichici.
La comunità terapeutica non è una comunità di convivenza, come le case famiglia o le comunità alloggio o le RSA, che sono strutture con finalità assistenziali, dove il ricovero non ha limiti di tempo.
Non è neanche una struttura adatta a pazienti in crisi, che hanno anzitutto bisogno di un intervento farmacologico, come le clinica psichiatriche o i Diagnosi e Cura.
La comunità terapeutica, secondo molti, dovrebbe svolgere un lavoro essenzialmente riabilitativo, cioè di recupero delle capacità perdute con la malattia, mentre la cura sarebbe di competenza delle strutture psichiatriche.
Il presupposto logico sotteso a questa idea è che la terapia sia essenzialmente farmacologica, che il disturbo psichico sia di natura organica e che necessiti, dopo la cura, di un periodo di riabilitazione contro i danni provocati dalla malattia.
Noi invece siamo fra quelli che ritengono il disturbo psichico abbia principalmente origini psichiche, anche se, quando è trascurato, può dare luogo a complicazioni organiche; pensiamo inoltre che la terapia farmacologica sia solo sintomatica, benché sia spesso un ausilio indispensabile della terapia; pensiamo insomma che il disturbo psichico sia causata da forze interne autodistruttive, presenti nel paziente, che sono comprensibili e curabili aiutando l’assistito a rivisitare la sua storia e a trovare nuovi significati e nuove risposte alla sua sofferenza.
La comunità terapeutica pertanto dovrebbe attuare un doppio tipo intervento: psicoterapeutico, finalizzato alla cura del disturbo psichico o alla prevenzione della cronicità; e riabilitativo, finalizzato al recupero delle abilità perdute con la malattia.
Comunque dovrebbe essere a termine, massimo due anni e l’utenza dovrebbe essere costituita da persone suscettibili di consistenti miglioramenti o a rischio di peggioramenti, per lo più giovani non cronicizzati da lunga malattia, né portatori di disturbi neurologici.

Parliamo ora di psicoterapia.
Sappiamo che ci sono varie scuole di psicoterapia: la psicoterapia psicoanalitica, la terapia sistemico-familiare, la psicoterapia cognitivo-comportamentale, etc. In comunità terapeutica questi diversi metodi possono essere in vario modo utilizzati. Tuttavia, il nuovo contesto della comunità prefigura una nuova forma di terapia, che viene appunto definita terapia di comunità; con ciò si vuole dire che la comunità terapeutica non è solo una residenza dove si svolgono attività terapeutiche e riabilitative; ma più propriamente che è un nuovo setting terapeutico che ha delle caratteristiche peculiari: per esempio quella di poter osservare e comprendere le problematiche che gli assistiti portano, nella vita quotidiana, con i loro comportamenti o agiti; la qual cosa è particolarmente significativa se si considera che molti giovani pazienti, come noto, negano la malattia o non sono in grado di verbalizzare il proprio disagio. Inoltre, il setting comunitario ha un’altra importante peculiarità: quella di poter promuovere e sostenere il cambiamento di stile di vita del paziente, stile di vita che è effetto della malattia ma a sua volta causa di nuovi fallimenti.
Insomma la terapia comunitaria ha delle sue specificità; in molti casi non è sostituibile con le terapie ambulatoriali che, quando sono inefficaci o insufficienti, rischiano di produrre nuova cronicità.

Quali sono i principi che dovrebbero stare alla base di una corretta terapia di comunità ?
I noti principi enucleati da Rapaport nel lontano 1960 e spesso citati come principi guida delle comunità terapeutiche, appaiono oggi espressione di una fase pionieristica, fondati più su valori sociologici che effettivamente psicoterapeutici.
Questa relazione parte dalla considerazione che la terapia di comunità, così come ogni psicoterapia, è in effetti un processo terapeutico, che comincia prima ancora dell’inserimento del paziente in Comunità e che termina dopo le sue dimissioni.
I nuovi principi della terapia di comunità dovrebbero appunto favorire tale processo.
Se osserviamo il processo terapeutico più da vicino ci accorgiamo che, al di là dei diversi e infiniti percorsi personali, tutti gli assistiti si trovano ad attraversare dei traguardi obbligati, degli obiettivi terapeutici simili per tutti.
1. Il primo traguardo, che inizia fuori dalla CT, è la motivazione alla terapia, motivazione che può nascere solo da un qualche riconoscimento del proprio malessere.
2. Il secondo traguardo è quello di riuscire ad ambientarsi in comunità, a trovare nuovi riferimenti affettivi e spazio-temporali, superando le angosce di separazione da casa.
3. Il terzo traguardo è quello di riuscire ad affidarsi alla relazione terapeutica con l’operatore, ad abbassare le difese del falso Sé pseudo-adulto, per contattare un Sé regredito ma vero.
4. Il quarto traguardo è quello di riuscire a confrontarsi e attivarsi nell’ambiente protetto della Comunità.
5. L’ultimo traguardo è quello di verificare le proprie capacità di autonomia fuori dallo spazio protetto della Comunità e a individuare un progetto realistico di reinserimento sociale.

Questi traguardi terapeutici, che saranno oggetto della presente relazione, rappresentano delle domande negate o disconosciute dal paziente stesso e motivo di forti resistenze. Tali resistenze cambiano di intensità da soggetto a soggetto, dato che ogni essere umano ha una propria storia: cosicché alcuni assistiti raggiungono agevolmente un obiettivo, là dove altri attraversano delle vere e proprie crisi decisionali, a seguito delle quali, alcuni di essi abbandonano la terapia, mentre altri decidono di rischiare il cambiamento.
Per aiutare gli assistiti a raggiungere questi traguardi e a superare le relative resistenze è necessario che la Comunità attivi delle funzioni curanti, che possono riguardare il setting comunitario, con le sue regole e i suoi programmi, o il lavoro degli operatori.
Il processo terapeutico e le relative funzioni curanti della comunità, di cui diremo, sono in effetti dei principi comuni ad ogni psicoterapia e qui applicati al contesto comunitario.
Essi non si riferiscono ad alcun intervento terapeutico in particolare, come i colloqui individuali o di gruppo, ma alla comunità come terapista, presa nel suo insieme, trattandosi appunto di una psicoterapia “di” comunità piuttosto che “in” comunità.

I concetti che saranno esposti sono desunti dalla esperienza della Comunità Maieusis, una struttura residenziale che opera dal 1980 e che i relatori prenderanno a modello per spiegare le loro tesi.
Si tratta di una comunità che accoglie, per un tempo massimo di due anni, giovani con gravi disturbi di personalità o psicotici, purché suscettibili di consistenti miglioramenti. Ospita 18 pazienti e ne segue altrettanti presso loro abitazioni, nel Programma di Reinserimento sociale, di cui diremo. Lo staff è composto, quasi esclusivamente, da psicoterapeuti o psicologi in training.
 

1) MOTIVAZIONE E PROGRAMMA DI INSERIMENTO

2) AMBIENTAMENTO E SETTING COMUNITARIO

3) REGRESSIONE TERAPEUTICA E FUNZIONE MATERNA DELLA COMUNITÀ

4) REINTEGRAZIONE DELL’IO E ATTIVITÀ TERAPEUTICO – RIABILITATIVE  

5) PROGRAMMA DI REINSERIMENTO SOCIALE