LA TERAPIA DI COMUNITA'

 

Relatori:

 

3) REGRESSIONE TERAPEUTICA E FUNZIONE MATERNA DELLA COMUNITÀ

Il terzo traguardo terapeutico è quello di riuscire ad affidarsi alla relazione terapeutica, ad abbassare le difese di un falso Sé pseudo-adulto, per cominciare a contattare e difendere un Sé regredito e negato ma vero.
Questo obiettivo nasce spontaneamente nel paziente, durante il processo di ambientamento, quando contatta i suoi bisogni affettivi e il transfert materno verso il suo operatore di riferimento.
La sua domanda è quella di potersi a affidare, di essere oggetto di cure e attenzioni da parte del suo operatore. Tale domanda è tuttavia disconosciuta dal paziente, che mostra un falso Sé, forte e autarchico, mentre il vero Sé è tenuto segregato da un SuperIO negante i suoi veri bisogni; cosicché egli si sentirà internamente perseguitato e torturato, quanto più contatta il suo essere bisognoso e quanto più è tentato di affidarsi alle cure materne dell’operatore; il quale sarà invece vissuto come pericoloso, seduttivo e divorante e perciò fatto oggetto di attacchi al legame e alla fiducia.
Bisogna distinguere una Regressione benigna o terapeutica, quando il paziente contatta il vero Sé, da una Regressione maligna o psicotica quando il paziente è sopraffatto dal suo odio, scisso e persecutorio, che lo spinge a distruggere ulteriormente il suo mondo interno.
Affinché si verifichi una regressione benigna o terapeutica è necessario che la comunità svolga una funzione materna, da un lato capace di accogliere il Sé regredito, bisognoso, spaventato e sofferente del paziente, dall’altro lato capace di difenderlo dalla ostilità del superIO negante. Con l’elaborazione e attenuazione del superIO e con la legittimazione del vero Sé regredito, il paziente riesce ad affidarsi alla relazione terapeutica: il rapporto diventa più intimo, emergono nuovi vissuti e nuovi ricordi, diventa più comprensibile la sua storia di sconfitte, abusi, rifiuti, risentimenti e rimorsi.

La regressione terapeutica al vero Sé non ha bisogno di essere indotta o forzata; si verifica spontaneamente e ripetutamente, durante il processo terapeutico, se la Comunità crea un clima e una cultura terapeutica, fondata su valori quali il rispetto, la sincerità, la fiducia, il coraggio di stare dalla propria parte, quella debole ma vera, piuttosto che stare dalla parte apparentemente “forte”, ma in effetti falsa e arrogante, tradendo se stessi e le persone che si amano,
A tale scopo sono utili quelle attività che forniscono agli assistiti concetti e parole per riconoscere il mondo dei sentimenti e delle motivazioni, spesso totalmente ignorato.
Alcune attività, come i gruppi di contatto corporeo, aiutano gli assistiti a sperimentare delle regressioni temporanee e a legittimare la relazione madre-bambino con l’operatore.
Molto importante è l’organizzazione della Comunità e dello staff in Piccoli gruppi, di cui si è già accennato, che consentono maggiore continuità terapeutica, rapporti più protetti e privati.
La funzione materna della Comunità passa soprattutto attraverso il lavoro dell’operatore di riferimento, che deve occuparsi solo di 2 - 3 pazienti, lavoro che richiede professionisti molto qualificati, capaci di accogliere i bisogni del paziente senza colludere con la distruttività e con il falso Sé; capaci cioè di:
 

-          coinvolgersi nella relazione terapeutica; 

-          ascoltare il paziente e comprendere il linguaggio dell’inconscio, con cui spesso si esprime;

-          rispondere alle sue domande, spesso agite e insieme negate;

-          prendersi cura del proprio assistito, del suo corpo, della sua immagine, delle sue cose;

-          riconoscere e difendere i bisogni veri del paziente senza colludere con le sue pretese simbiotiche;

-          recuperare la fiducia dopo gli attacchi al legame, il disconoscimento del bisogno, gli attacchi svalutanti e menzogneri, avidi e invidiosi.  

-          aiutare l’assistito a riconoscere il suo odio e a difendersi dalla sua autodistruttività che si manifesta con il Rifiuto, la Critica, la Svalutazione, il Rimprovero, la Derisione di se stesso;  

-          aiutare l’assistito a riconoscere e affermare i propri Diritti Negati (diritto all'Esistenza, al Bisogno, al Sostegno e alla Affermazione di sé, alla Autonomia e al Rispetto);

-          accogliere il dolore insito nel processo terapeutico, per la perdita delle Illusioni primarie (Autistiche, Fusionali, Egocentriche, Autarchiche, Onnipotenti, Perfezionistiche, Edipiche).  

Insomma un setting adeguato e il coinvolgimento e la professionalità degli operatori, creano un clima e una cultura terapeutica favorevoli ad una regressione benigna.
Molti ritengono erroneamente che la regressione non sia mai terapeutica, che la funzione materna generi dipendenza e cronicità. In una struttura che parta da questi presupposti, gli assistiti devono negare i bisogni e fingersi adulti e forti, essere arroganti e mantenere attivo un Super-IO sadico contro la parte debole di sé e dei compagni, come avviene in caserma. Poiché le regressioni, benché negate, si verificheranno lo stesso, esse saranno solo di natura psicotica, relegando gli operatori a un ruolo superegoico, di contenimento della distruttività e di rimozione dei veri bisogni e del vero Sé del paziente.
La Comunità, anche se fisicamente accogliente e magari con pochi assistiti, si trasformerà presto in uno spazio freddo e persecutorio, che spingerà i partecipanti a isolarsi e a fuggire da ogni relazione.
Da quanto sopra detto si comprende la necessità che gli operatori della comunità siano dei professionisti qualificati a questo scopo, cioè per lo più psicoterapeuti e psicologi.  Non ci sarebbe bisogno di tante spiegazioni al riguardo se non fosse che la legislazione attuale spesso impone un personale sanitario assolutamente inadeguato. Qualsiasi persona che soffra di disturbi psichici non si rivolgerebbe mai a un Infermiere psichiatrico o a un Tecnico della riabilitazione, per farsi curare. Allora perché questa qualifica professionale la si ritiene idonea per pazienti con disturbi psichici gravi?  Si obietta che gli psicologi costerebbe troppo; come se per risparmiare danaro si potesse consentire una operazione chirurgica a un portantino o un progetto edilizio a un manovale (!!!)  … con tutto il rispetto per le loro competenze lì dove sono necessarie.  La verità è che dietro gli infermieri, preziosi in altri contesti sanitari, c’è la vecchia psichiatria che ripropone una concezione organicistica della malattia mentale, per la quale il paziente è trattato come oggetto di cure e non rispettato come soggetto di un processo terapeutico.