LA TERAPIA DI COMUNITA'

 

Relatori:

 

5) PROGRAMMA DI REINSERIMENTO SOCIALE

L’ultimo traguardo del processo terapeutico è quello di verificare le proprie capacità di tenuta fuori dallo spazio protetto della Comunità, di ricominciare a confrontarsi con la realtà esterna e di individuare un progetto realistico di reinserimento sociale, con nuovi riferimenti affettivi, abitativi e lavorativi.   

La domanda del paziente è quella di riacquistare la sua autonomia, di riallacciare le fila della propria vita, interrotte dalla malattia: riprendere gli studi, trovare nuovi affetti, rifarsi insomma una vita. Ma incontra notevoli resistenze per la paura di crescere, di non farcela,  dell’abbandono e delle responsabilità. Incontra resistenze anche da parte di operatori e genitori. 

La psicoterapia residenziale e intensiva della Comunità - necessaria per elaborare i motivi del proprio disagio, per ricordare e reinterpretare la propria storia, per avviare un cambiamento nel proprio stile di vita -   produce di solito un discreto recupero delle capacità mentali e relazionali degli assistiti, i quali, spesso dopo molti anni di malattia, ricominciano a provare emozioni, a pensare, a sperare.

Tali miglioramenti tuttavia sono da consolidare, ottenuti in un ambiente molto protetto, come è necessario che sia quello della Comunità, e sono di solito insufficienti per una vita autonoma, anche perché i danni provocati dalla malattia sono spesso solo in parte riparabili e comunque in tempi abbastanza lunghi. 

Con la conclusione del programma residenziale, l’assistito si trova ad affrontare un momento molto difficile, perché è privato del contesto comunitario e del sostegno degli operatori, proprio nel momento in cui dovrebbe confrontarsi con i problemi relativi al reinserimento sociale.

Per tale ragione potrebbe accadere che, nonostante i miglioramenti conseguiti, gradualmente ricada nella malattia, vanificando gli investimenti economici e umani.

D'altronde è necessario che si concluda il programma comunitario entro un paio di anni, non perché sia in grado di vivere autonomamente, ma per evitare cronicizzazioni e istituzionalizzazioni e perché il processo terapeutico può procedere solo se fuori da qualsiasi “Struttura” o “Istituzione”.

 

È allora necessario prevedere un Programma di Reinserimento sociale, per sostenere l’assistito fuori dalla Comunità, per promuovere la sua autonomia nel più ampio contesto sociale, per ridurre con gradualità il sostegno terapeutico e i costi relativi, ma senza interrompere la continuità terapeutica.

Il programma, come ormai sperimentato da diversi anni nella Maieusis in accordo con i Servizi di salute mentale, prevede che l’assistito, con l’aiuto dei familiari e dello staff della Comunità, vada a vivere in una casa propria, da lui presa in affitto, magari insieme a due o tre compagni, per dividere le spese, sostenersi reciprocamente e attutire le ansie della separazione.

Avrà un mensile fisso, di solito messo a disposizione dai familiari o, se indigenti, dal servizio pubblico, con cui provvedere a tutte le spese non sanitarie: vitto, alloggio, manutenzione casa, utenze varie, nonché abbigliamento e spese personali (cinema, bar, sigarette).

Vivendo in casa propria potrà gradualmente assumersi la responsabilità della sua vita: imparare a stare da solo, a gestire interessi, amicizie, affetti e tempo libero, ad autocontrollarsi e ad acquisire maggiore consapevolezza dei fattori di rischio personali.

(In casa propria avrà naturalmente più autonomia e responsabilità che in un ambiente istituzionale come quello della C.T. o di una Comunità di Convivenza, dove vigono regole, dove i servizi sono centralizzati, dove ci sono dirigenti che hanno il peso e la responsabilità, amministrativa e sanitaria, della struttura, responsabilità che, evidentemente, è sottratta al paziente).

 

Lo staff della Comunità continua a seguire l’assistito con: colloqui individuali, gruppi terapeutici, colloqui telefonici e incontri di verifica con i familiari, consulenza psichiatrica al bisogno, laboratorio di avviamento al lavoro, assemblea settimanale per discutere sui problemi relativi al reinserimento sociale e per organizzare una rete di rapporti tra gli assistiti dimessi dalla Comunità.

Lo staff offre inoltre un sostegno psicologico, domiciliare o sul territorio, finalizzato a verificare e promuovere le capacità di autonomia degli assistiti:

-  nell’autogestione della casa (pulizie, lavatrici, stiro, cucina, manutenzione, spesa, ecc.)

-  nel contesto sociale (negli acquisti, nelle relazioni, nell'uso del danaro e della banca, della automobile o dei mezzi pubblici, del medico di base, etc.);   

-  nella gestione del tempo libero (le domeniche, le vacanze, interessi e amicizie).    

 

L’operatore non ha più il compito di accudirlo o proteggerlo, come in qualche misura doveva fare in C.T.; ma ha il compito di aiutarlo ad autogestirsi. Sarà meno direttivo: maieuticamente aspetterà che le contraddizioni maturino, che si sviluppi la capacità di controllarsi, preoccuparsi, sopportare le frustrazioni, ricercare le soluzioni ai problemi pratici e psicologici, ritrovare la motivazione dopo le inevitabili sconfitte.  

Se nella C.T. le finalità sono anzitutto terapeutiche e le attività sono un mezzo per fare emergere ed elaborare le problematiche profonde, ora gli obiettivi sono concreti e la psicoterapia serve a superare le difficoltà dinamiche che si incontrano, per le quali gli assistiti sono tentati di regredire o di abbandonare il programma. Infatti la separazione dalla C.T. e il confronto con la realtà portano gli assistiti ad affrontare ed elaborare importanti tematiche depressive, come: la paura delle nuove responsabilità; la rabbia per l'abbandono; la rinuncia ai vantaggi secondari della malattia (il potere di ricattare, colpevolizzare, pretendere risarcimenti); la delusione dei risultati raggiunti; il dolore del tempo perduto nella malattia.

 

Poiché il passaggio dalla Comunità alla propria casa costituisce un forte cambiamento, sia per la riduzione della assistenza (da 24 a 4 ore al giorno) che per gli obiettivi del programma, è necessario prevedere la massima gradualità nel dare autonomia e responsabilità, frenando le aspettative dei familiari e degli assistiti.

L’obiettivo prioritario non è il lavoro retribuito, che esporrebbe gli assistiti a un prematuro confronto con la realtà e a probabili nuove sconfitte e ricadute nella malattia; ma è anzitutto la capacità di autogestione della casa, l’autonomia nell’uso del territorio, l’impegno lavorativo in un laboratorio molto protetto, onde verificare limiti, motivazioni e capacità lavorative (rendimento, durata e affidabilità).

Il secondo obiettivo è il confronto con attività orientate verso una scelta professionale (corso di formazione, tirocinio di lavoro, etc.). Poiché il programma prevede una sempre maggiore autonomia e responsabilità degli assistiti, essi sono esposti a paure, frustrazioni e sconfitte, per  le quali sono tentati di regredire nella malattia; pertanto è necessario conservare spazi di elaborazione delle dinamiche psicologiche che di continuo emergono.

 

In qualsiasi momento del percorso terapeutico l’assistito abbia raggiunto il suo limite o un discreto equilibrio psichico, si mette a punto, con i familiari e i sanitari del Servizio pubblico, un progetto realistico di reinserimento sociale, con nuovi riferimenti affettivi, abitativi e lavorativi: 

-  per alcuni assistiti si evidenzierà, già dalla Comunità, la necessità di una struttura relativamente protetta, tipo Comunità di Convivenza;

-  per altri sarà possibile tornare a vivere o lavorare in un orbita parentale;

-   altri infine sceglieranno di vivere, da soli o in coppia, con il sostegno o meno di una terapia di rete.

Con la conclusione del programma, l'assistito deve essere aiutato a chiarire i suoi punti di forza e i suoi limiti, dei quali dovrà tenere conto nelle sue scelte future.

Secondo la nostra esperienza quasi tutti gli assistiti compiono consistenti miglioramenti, a volte risolutivi; chi invece arriva in Comunità dopo molti anni di malattia, conserva in grado variabile una fragilità e una disabilità che rende necessaria una terapia farmacologica e psicologica di mantenimento,  onde evitare pericolose ricadute.

In psichiatria, la “guarigione” e la “cronicità”, sono preconcetti pericolosi: il primo, perché causa aspettative eccessive e così prepara nuovi fallimenti; il secondo, perché causa rinunce e abbandoni.

Il programma di Reinserimento sociale non è un modo per prolungare il trattamento comunitario; al contrario, è l’unico modo per dimettere l’assistito senza abbandonarlo o inserirlo in un’altra “struttura”, con il rischio che passi da una istituzione all’altra, sempre ricominciando da capo. Esso conviene: 

-  perché facilita la dimissione dalla Comunità il cui percorso terapeutico può così restare dentro il tempo massimo di due anni, senza bisogno di rinvii;

-  perché riduce i costi: le spese non sanitarie possono essere a carico dei familiari, se non indigenti, e successivamente a carico degli assistiti medesimi; il sostegno psicologico passa subito da 24 a 4 ore al giorno (per un gruppo di massimo 4 assistiti);

-  perché non interrompe la continuità terapeutica mentre il paziente si confronta con una realtà sociale spesso difficile per tutti, con il rischio di pericolose ricadute che potrebbero vanificare gli investimenti economici, umani e professionali;

-  perché migliora la qualità della vita dell’assistito che, dopo la Comunità, può iniziare a svolgere un’esistenza autonoma e dignitosa.